vai al contenuto. vai al menu principale.

Il comune di Albera Ligure appartiene a: Regione Piemonte - Provincia di Alessandria

Storia

Albera Ligure, comune della Val Borbera sul torrente Albirola, ha origini antichissime come emerge chiaramente dallo studio toponomastico del nome di derivazione ligure.

ORIGINE DEL NOME: il nome “Albera” sta ad indicare il luogo centrale, ovvero il luogo pubblico ove si riunivano le tribù agropastorali liguri ancora dedite ad una vita seminomade; “alb” significa infatti città o centro urbano, mentre”arius” è un suffisso di appartenenza.

ORIGINE DEL NUCLEO STORICO: con l’insediamento delle prime celle monastiche benedettine e l’arrivo dei monaci in Val Borbera nel IX-X secolo, sorge l’Abbazia di Vendersi ed Albera, come di solito capitava nel “vicus” più popoloso, frequentato o centrale, diventa Pieve, cioè chiesa battesimale, unico luogo dove si somministrava il Battesimo a tutti i nuovi nati.
Il primo nucleo del centro storico di Albera si sviluppa attorno alla chiesa pievana , e il prete che la regge è chiamato “praepositus” o “Prevosto”, forse perché in un primo tempo si tratta di un monaco benedettino dell’Abbazia di Vendersi preposto o delegato a quest’ufficio. La prima fonte documentata dell'esistenza della pieve è un trattato di pace fra Genovesi e Tortonesi del 1140 dove è ribadito l’impegno a rispettare i reciproci confini nel quale si legge “ et hoc faciemus sine fraude infra hos fines, a palodo usque gavi…. et a perci usque ad plebem alberiae” ovvero: “ questo faremo senza frode, dentro nostri confini, da Parodi a Gavi e da Persi fino alla pieve di Albera”.
Il primo prevosto di Albera di cui si ha notizia in un documento del 9 giugno 1151 è Rubaldo “Rubaldus eiusdem Terdonensis ecclesie dyaconus et praepositus plebis de Alberia”, già diacono della Cattedrale di Tortona e quindi membro del clero secolare, a testimonianza del fatto che la pieve è molto antica. Con la scomparsa dell’abbazia, probabilmente a causa di una frana, tra il 1198 e il 1220 sotto il papato di Innocenzo III, i beni benedettini sono trasferiti al clero secolare, come affermava una lapide d’arenaria di epoca posteriore murata sopra l’antico ingresso della canonica e andata perduta “Alberiae Vindercii - ac S. Mariae - Feudum S. Romanae Ecclesiae - ac Episcopi Derthonensis - a monachis S. Benedicti - ad saecul. translatum ab Innocentio III“. Sopra questa lapide era posta un’altra pietra, tuttora conservata, che mostra incise due chiavi incrociate (simbolo del dominio di San Pietro e della Chiesa Romana) incoronate da un triangolo terminato da una croce (forse una mitria che simboleggia il dominio del Vescovo di Tortona).

FEUDO PONTIFICIO: Albera diventa quindi Feudo Pontificio assumendo un ruolo di centralità ecclesiastica, commerciale e diventando, per i prevosti che si succedono nella reggenza, sede ambita ove esercitare l'autorità spirituale e temporale. I prevosti appartengono spesso a famiglie nobili (nel 1512 Pietro Fieschi, nel 1523 Ludovico Fieschi, nel 1552 Gerolamo Sauli Arcivescovo di Genova e nel 1565 Luca Fieschi poi Vescovo di Albenga). Anche i Vescovi di Tortona nel XVI secolo tentano di riaffermare il loro dominio temporale e giuridico sulla pieve attribuendosi con Uberto Gambara poi Cardinale e con suo nipote Cesare Gambara, che gli successe sul seggio episcopale tortonese nel 1548, il titolo di Marchesi di S. Maria, Albera e Vendersi battendo anche moneta propria del feudo. Dopo alterne vicende, con l’arrivo delle truppe francesi, la Signoria Pontificia cessa di esistere nel 1796 durante la reggenza di Salvatore Cipriano Cumo, nominato ultimo prevosto feudatario di Albera nel 1780. L’8 luglio 1797 l’agente napoleonico Vendryes proclama ufficialmente ad Arquata Scrivia la soppressione dei Feudi Imperiali Liguri e la loro annessione alla Repubblica Ligure Democratica.

STRUTTURA DELL’INSEDIAMENTO: Lo sviluppo urbano di Albera nel Medioevo non si sottrae alla logica dell’organizzazione urbana degli altri insediamenti abitati di fondovalle dell’alta Val Borbera assumendo, attorno al XV- XVI secolo, le caratteristiche di paese di passo sulle vie di comunicazione commerciali tra Liguria, Piemonte e Lombardia. A testimonianza di ciò sotto la chiesa, nella parte più bassa del borgo, su quella che un tempo era la via di transito principale, si apre un porticato diviso in due sezioni, che all’interno conserva tracce di archi e varchi la cui conformazione e altezza rivela l’esistenza in passato di un piano di calpestio situato a livello inferiore di quella attuale

Albera Ligure ha probabilmente origini antichissime come chiaramente emerge dallo studio toponomastico del nome di derivazione ligure. In questa lingua dello stesso ceppo ma distinta dal celtico, “alb” significa città, centro urbano mentre “arius” è semplicemente un suffisso di appartenenza, quindi Albera sta ad indicare “il proprio centro”, ovvero il luogo pubblico ove le tribù agropastorali liguri, ancora dedite ad una vita seminomade, si riunivano o trovavano un punto di riferimento. Né chi ha conoscenza diretta dei luoghi potrebbe pensarla diversamente, osservati i dolci pianori che dai ripidi versanti di Casa Soprana, dai quali è possibile esercitare un completo controllo sull’Alta Valle verso Cabella e contemporaneamente sugli strategici accessi da sud ovest verso Rocchetta e Pertuso, scendono verso l’Albirola e il Borbera e dai quali grazie all’esposizione sud est anche il timido sole dell’ultimo inverno subito cancella la neve.

Ci siamo anzi fatti la personale convinzione che i primissimi insediamenti liguri fossero impiantati sulla sponda destra del torrente Albirola, ben presto soppiantati, magari per semplice stratificazione, dai corrispondenti insediamenti dei conquistatori romani, come sembra testimoniato da un’antichissimo muro di fortificazione prospettante sulla confluenza dei fiumi e da occasionali ritrovamenti nei campi in Località san Martino di Albera, di cocci e frammenti di tegole di stazioni a tegolaie romane. Non vi sono però dubbi che con l’insediamento delle prime celle monastiche benedettine e l’arrivo dei volonterosi monaci già in epoca tardoantica (una serie di beni imperiali sono confermati nel 962 in da Ottone I al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia come donazioni avvenute già tra il 725 e il 744 nell’areale di Figino, Pobbio e Piuzzo), quasi come diretta emanazione dell’Abbazia di Vendersi (citata per la prima volta nel 946 dal Vescovo Tortonese Giseprando) si sviluppi sul lato opposto del torrente Albirola il primo nucleo del centro storico di Albera. Per l’impianto dell’antica Pieve (il primo documento che ne attesta l’esistenza è del 1140) viene quindi scelto il culmine della più scoscesa sponda sinistra del torrente e, da quella che è rimasta l’attuale sede della chiesa parrocchiale, cominciano a dipartirsi in basso verso i due fiumi Borbera e Albirola stretti vicoli circondati da edifici in legno e pietra.

Da questo primitivo impianto urbano, con la decadenza delle celle benedettine e la distruzione dell’Abbazia di Vendersi Albera assume ben presto un ruolo di centralità ecclesiastica e commerciale e un documento del 9 giugno 1151 testimonia l’insediamento del primo prevosto feudatario, certo Rubaldo, membro del collegio diaconale di Tortona.

Sul versante patrimoniale il Vescovo organizza l’amministrazione dei beni della Chiesa tortonese attorno alla pieve matrice di San Giovanni Battista di Albera che diventa certamente foro ecclesiale o forse addirittura curia, ma il cui sviluppo urbano non si sottrae alla logica dell’organizzazione degli insediamenti abitati dell’Alta Val Borbera, assumendo attorno al XV XVI secolo anche le caratteristiche di paese di passo sulle vie di comunicazione commerciali tra Liguria, Piemonte e Lombardia. I vescovi tortonesi, alcuni appartenenti alle nobili famiglie Settala e Gambara, già a partire dal XIV tentano di riaffermare con forza anche il dominio temporale e giuridico della pieve sull’alta valle (la giurisdizione ecclesiastica si estendeva fino a Carrega e a Fascia in Val Trebbia e su tutta la Val Sisola) con la costruzione della zecca accanto al corpo della chiesa e il tentativo, solo in parte riuscito, di battere moneta propria del feudo.

A partire dal ‘500 prevosti appartenenti alla nobile famiglia guelfa dei Fieschi iniziano la ricostruzione e l’ampliamento della vecchia pieve ormai in precarie condizioni. L’abside poligonale rimane attualmente la parte più antica, come testimonia una lapide datata 1520 apposta in un corpo laterale (probabilmente la vecchia sacrestia) mentre seicenteschi sono il campanile, la facciata, il corpo laterale ad arcate con funzione di riparo per i pellegrini e le bellissime arcate rinascimentali sul retro che costituiscono i due bracci del chiostro aggettante sul cortile d’ingresso alla canonica. All’ interno di quest’ultima sono ancora perfettamente conservate la scala seicentesca in ciappe di arenaria e la stanza dei prevosti con la sua grande arcata barocca che incornicia un elegante clipeo contenente in origine il gonfalone pontificio.